TERMOVALORIZZATORE: È LA STRADA GIUSTA?

Nell’ottobre 2023 scade l’autorizzazione integrata ambientale (AIA), senza la quale il termovalorizzatore dovrà essere obbligatoriamente spento.

E’ notizia di pochi giorni fa che il Comune di Livorno ha ammesso un referendum propositivo al fine di chiedere che la procedura di spegnimento venga avviata entro il 30 settembre 2022.

L’eventuale chiusura del termovalorizzatore inciderà in modo rilevante sulla vita dei cittadini, e risulta dunque fondamentale capire lo stato dell’arte della situazione attraverso un’analisi dei fatti ed un confronto ampio per effettuare scelte consapevoli e corrette. 

Ad oggi, nonostante l’incremento della raccolta differenziata che consente di reinserire nel ciclo produttivo parte dei materiali di scarto, permane ancora una parte di rifiuti non differenziabili che devono obbligatoriamente trovare una collocazione.

Le strade per tale tipologia di rifiuti sono due:

  • la discarica
  • il termovalorizzatore, non essendo impiegabili e recuperabili in nessun altro modo.

La discarica è, concettualmente, quanto di più distante possa esserci rispetto alle logiche di energia circolare che il Comune di Livorno sostiene di abbracciare al fine di mettere le basi per il suo green new deal, delineato anche nel Programma NextGenerationLivorno.

Infatti, nulla in tal modo viene recuperato e “riconvertito”, ma va a costituire un materiale inutilizzabile e dunque un mero costo.

Di converso, destinare la quota, ad oggi non trascurabile, di rifiuti indifferenziati al termovalorizzatore consente il doppio vantaggio di eliminare il relativo stoccaggio, da una parte, e di trasformarlo in energia, dall’altra, in considerazione che il termovalorizzatore produce energia per circa 10.000 persone.

In considerazione di ciò, che analisi preliminari tecniche, economiche ed ambientali ha effettuato il Comune di Livorno per arrivare, nel 2019, alla decisione di spegnere il termovalorizzatore?

Sono stati effettuati degli studi di fattibilità in proposito, non solo sulla sostenibilità per il nostro territorio, ma anche in relazione alle tempistiche necessarie?

Non ci risulta.

E se si valuta anche la situazione internazionale, vediamo chiaramente che i termovalorizzatori continuano ad avere ancora un ruolo chiave nella gestione dei rifiuti, in quanto l’obiettivo “rifiuti zero” è attualmente una mera chimera. Per passare da semplici dichiarazioni di intenti a risultati tangibili, l’idea dei “rifiuti zero” implica infatti passare dal consumo dei beni durevoli al consumo di servizi riducendo la produzione di rifiuti poiché i consumi da privati si trasformerebbero in collettivi.

Ma questo consiste in un cambiamento sociale radicale e una trasformazione profonda del sistema produttivo verso una riconversione alla sostenibilità ancora troppo lontana a venire per poter rinunciare alla termovalorizzazione.

In Europa risultano attivi quasi 500 termovalorizzatori di rifiuti non pericolosi, e di questi l’80% dista meno di 5 km dal centro.

Complessivamente, nell’Ue, nel 2017, il 30% dei rifiuti è stato riciclato, il 17% è stato compostato, il 28% incenerito e il 24% conferito in discarica.

Lo smaltimento in discarica è quasi inesistente nei paesi del Nord-Ovest dell’Europa (Belgio, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Germania, Austria, Finlandia), che gestiscono i rifiuti urbani soprattutto attraverso l’utilizzo di inceneritori e metodi di riciclo (fonte Aduc).

Ad oggi, il termovalorizzatore cittadino «non ha mai sfiorato i limiti di emissione, è stato ben gestito dal pubblico sempre con grande attenzione alle normative ambientali» (intervista a Giani del luglio 2020).

Quindi, tra scegliere se immettere rifiuti in discarica o conferirli al termovalorizzatore con produzione di energia, è indubbiamente preferibile tale seconda opzione.

Anche perché, diversamente, la nostra città perderà un’importante entrata finanziaria dovuta alla produzione energetica, con conseguente, inevitabile, aumento della tassa in bolletta per famiglie e imprese.

Ci chiediamo se, dunque, non sarebbe una decisione più lungimirante quella di chiedere il rinnovo dell’AIA, con un investimento stimato di tre milione di euro, al fine di consentire una transizione ecologica attraverso un piano industriale mirante ad assicurare l’autosufficienza territoriale nella gestione della raccolta dei rifiuti e della produzione energetica, anziché abbracciare scelte di impatto mediatico ma sprovviste dei giusti e concreti studi di settore sulla fattibilità alla base.

Livorno in Azione, quindi, intende rifuggire sia dal verbalismo declamatorio pseudo ambientalista sia da quella esacerbata “tutela ambientale” che – essendo settoriale e priva di una visione complessiva del problema dei rifiuti (come ad esempio la collocazione sul mercato delle materie prime seconde) – promuove solo una politica del no.

Isabella Martini (vice-segretaria)