Porto, alt precarietà la soluzione è questa

Ha fatto recentemente scalpore un’inchiesta del quotidiano Il TIRRENO (04-02-2021) sul lavoro precario all’interno del porto di Livorno. A leggerla sembra che nulla o molto poco sia cambiato, da 15 anni a questa parte, nella somministrazione di lavoro interinale. Estrema flessibilità, pochi turni, bassi salari.
L’organizzazione del lavoro in porto ha una sua peculiarità che non può essere regolata – stante la variabilità dei traffici, nonostante che la containerizzazione ne abbia determinato una maggiore regolarità – con gli strumenti del mercato del lavoro industriale, per esempio, e che va ben compresa per poter riflettere su adeguate misure regolatorie. L’attività portuale (in particolare, quella legata al traffico dei rotabili, attività “labour intensive”), è infatti inevitabilmente connessa a flussi di picco e di flesso, e la necessità di un polmone di lavoro flessibile fa parte della natura costitutiva degli scali marittimi, in particolare per le attività cargo. 
L’assetto normativo, dal quale bisogna inevitabilmente partire, prevede che il polmone di lavoro flessibile di cui sopra, sia rappresentato dall’impresa ex art.17 della legge n.84/1994 (nel porto di Livorno, ALP), la quale, a sua volta, può attingere in caso di necessità a fornitori di lavoratori interinali esterni al porto (nel caso di Livorno, la società Intempo).
E’ quindi evidente che se già i lavoratori di ALP presentano caratteristiche di precarietà, in quanto chiamati solo in caso di picchi di traffico, ancor più precari sono i lavoratori di Intempo, per così dire, precari al quadrato.
Se questo è il quadro, è arrivato il momento di escogitare qualche soluzione che garantisca ai somministrati una sorta di indennità per il mancato avviamento al lavoro, simile a quella di cui gode ALP, poiché la loro disponibilità a prestare servizio in qualsiasi momento, dovrebbe trovare una compensazione qualora il turno di lavoro non venisse poi concretamente effettuato.
E’ perciò importante che i soggetti terminalisti, l’ALP, le agenzie di lavoro interinale, di concerto con l’Autorità di sistema portuale, trovino un accordo sulla modalità di avviamento al lavoro dei lavoratori più precari del porto e al contempo venga risolta la copertura dei mancati avviamenti. 
L’organizzazione portuale si è molto evoluta. Da una parte si è rafforzato il ruolo delle imprese concessionarie di banchina (ex art. 18) e del pool di manodopera (ALP a Livorno), dall’altra questa stessa organizzazione ha reso assai ambiguo il ruolo delle imprese  appaltatrici di segmenti del ciclo delle operazioni portuali e di  servizi, senza banchina in concessione (ex art. 16) anche in rapporto al fatto che nei porti italiani sempre minore è la disponibilità di banchine pubbliche. 
Se da un lato, quindi, è opportuno porre attenzione sul mantenimento di imprese fortemente specializzate e in grado di svolgere interi pezzi di ciclo portuale, dall’altro – seguendo anche lo spirito della legge – non può verificarsi una penalizzante sub-fornitura in forme spurie di lavoro temporaneo.
Il luogo dove compensare le connaturate esigenze di flessibilità con la altrettanto necessaria difesa della dignità dei lavoratori, non può che essere l’attuazione del Piano dell’organico del porto, recentemente adottato dall’AdSP e condiviso da operatori e organizzazioni sindacali, ove si ipotizza una ridistribuzione della forza lavoro che faccia di ALP il fulcro della riorganizzazione del lavoro nel porto, rendendola capace di assorbire, la tradizionale manodopera temporanea, accompagnandola verso una innovazione tanto necessaria quanto urgente, e affiancando a tale operazione una qualche forma di contrattualizzazione, del lavoro somministrato, in modo da poter fornire, quindi, le necessarie garanzie e tutele.
Maurizio Bettini (coordinatore segreteria Livorno in Azione)